Mi presento (faccio un vento e vi cambio il clima)

La citazione. E il dato biografico.
Ipse dixit
Pettegoloni dicono che
Robivecchi
Si sproloquia su
Passanti
foto
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mi garbano parecchio
<Che or'è? Che or'è? Chi sa che or'è?
statistic?sticatzi!
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Tutto cambia e tutto si evolve. A volte i cambiamenti avvengono mio malgrado. Nonostante questo, la parte razionale di me riesce vagamente a scorgere che magari è meglio così. La parte irrazionale si agita frenetica, come la coda mozzata di una lucertola, ma prima o poi ci si abitua a tutto. Ci si abitua a tutto, giusto?
Peculiare come alcuni comportamenti nati dalla curiosità, o da altre emozioni meno virtuose, si trasformino piano piano in una sorta di rito che quando mi viene sottratto, mi fai sentire a un tempo stupida e inerme. E nonostante questo sensazione mi sbatta in faccia che dai, ero un po' patetica, l'unica cosa che vorrei è potere continuare ad esserlo. Con la differenza che adesso so di essere patetica, e quindi lo sarei doppiamente.
A volte rifletto su come avere determinati potenziali sia forse una condanna, non tanto in termini di aspettative altrui, che sempre ci sono e sempre deludo,
(la delusione nasce dal fatto che per gli altri è assolutamente incomprensibile quello che di volta in volta faccio. Però è assolutamente giudicabile, quando non totalmente condannabile in virtù del mai troppo biasimato senso comune. In realtà il mio percorso è una strada che il più delle volte è stata poco chiara anche me, nel senso che non avevo spiegazioni razionali, sapevo solo che no o che sì, di volta in volta scelte d'istinto: questo non me le ha rese meno oscure, ma almeno nel proseguo ho avuto la fortuna, sul lungo periodo, di sentirmi sempre a mio agio)
quanto in termini di una voglia sempre presente di comprensione e di empatia che difficilmente raggiungo con la maggior parte delle persone che mi circondano.
Ogni tanto mi interrogo su questo mio bisogno di essere compresa, di essere compresa a fondo, d'istinto, senza bisogno di parole, quelle parole che ho imparato a usare e che però mi dimostrano ogni giorno di più che per quanto io possa descrivermi sempre più a fondo, con mille sfumature date dalle mille parole che conosco, l'incomprensione è qualcosa che resta lì, ingombrante e fredda e assolutamente non ignorabile, come un bel lastrone di marmo tra te e l'uscita. Perchè il problema non sta nel tuo modo di descrivere la realtà, ma nel come l'altro è capace, attraverso le sue strutture, di recepirla. E allora penso che davvero non esista una realtà univoca, non quella dei pensieri comunque, e i pensieri toccano tutto, e cambiano tutto, ed è proprio questo che alla fine ci rende tutti estranei. E' come se per sentire qualcuno vicino io debba sentire che lui vede e sente quello che sento io, e questo è impossibile, perchè abbiamo strutture fondamentalmente diverse.
E' come se la realtà fosse la crosta terrestre, e la nostra capacità di comprenderla una specie di trivella, che ognuno di noi ha diversa, con una diversa capacità di perforazione. E se tu riesci ad andare più in giù, ad abbracciare sempre più cose, quando ti trovi a dovere descrivere queste cose a qualcuno che resta più in su, beh... è tutto così incomunicabile. Milioni di parole e non è che non STAI dicendo niente, non GLI stai dicendo niente.
Dio quanto mi opprime lo sguardo di chi non afferra il dunque dei miei pensieri!
A volte vorrei arrivare per miei limiti solo a un centimetro dalla superficie, preoccuparmi solo di pappa cacca pipì, e una volta a posto con quello, e con il vestitino e la seratina fuori, non avere più altri problemi.
Almeno sarei compresa da mille altre persone.